Mattia
Mattia è un uomo alto, biondo e con gli occhi verdi. La sua figura è
immersa in un’aura misteriosa e maledetta, forse più adatta a un corvo nero che
a un biondo dio oriundo.
Raccontava poco di sé e del suo passato, giusto una manciata di episodi che, però, fornivano indizi fondamentali per capire molto di lui e delle sue scelte; ma cominciamo dall'inizio, la vita di Mattia era iniziata per un disguido, lui è sulla terra perché sua madre non aveva preso bene la pillola.
Quando lui parlava dei suoi primi anni di vita a tratti sembravano il manuale della famiglia cuore e a tratti l'esatto contrario. Una villetta, un cane, un padre che lavora nell’azienda di famiglia, una madre bellissima e intelligente, un fratello maggiore amorevole e poi Mattia, il piccolino, che all’asilo era il bambino più sveglio di tutti: “mi ricordo che una volta ho raccontato le mie vacanze sul palco e tutti mi hanno battuto le mani!”, rammentava spesso riportandomi con lui indietro nel tempo. E poi dal nulla nei racconti del suo passato, ricordi felici come questi si stemperavano spesso in episodi del tutto diversi: “quando mio padre tornava a casa ubriaco mi tirava fuori dal letto mentre dormivo per picchiarmi. E solo mio fratello mi difendeva”, raccontato cos', in modo secco e senza aggiungere altro. La sua vita prima dei sei anni era trascorsa semplicemente così.
Una mattina fresca di settembre la sua vita cambiò definitivamente. Il
primo giorno di elementari iniziò a 64 km dal suo papà, in una città nuova dove
si parlava una lingua diversa, e dove lui, biondo con gli occhi verdi, era passato
da idolo dell’asilo a stupido «crucco» delle canzoncine dei bulletti di buona
famiglia. Prima e seconda elementare passarono come un brutto sogno fatto di
maestre intransigenti, ragazzine impertinenti e una lingua difficile da
imparare senza accento, ma che lui si sforzava moltissimo di padroneggiare per essere
finalmente come tutti.
Proprio quando sembrava aver ritrovato una certa routine quotidiana, il primo giorno di terza elementare si era ritrovato nuovamente in un una scuola nuova. Mamma gli diceva che lì sarebbe andato tutto meglio, ma meglio di cosa lui proprio non lo capiva. Quella scuola, inoltre, era molto lontana da casa sua e mamma voleva che prendesse l’autobus di linea al ritorno; ma Mattia aveva paura di farlo e ogni mattino, prima di salire su quel mezzo sconosciuto, da solo, voleva urlare alla sua mamma “ferma, aspettami”, ma, tutte le volte, quando trovava il coraggio, lei era già ripartita per andare al lavoro. E a lui non rimaneva che salire verso l'ignoto, da solo. Non mi ha mai veramente spiegato come abbia fatto un bambino di otto anni a sopravvivere a questa solitudine, a questa angoscia, Mattia era solo costantemente, solo alla scuola elementare e poi alle medie, solo in vacanza al campeggio con suo fratello, ai corsi di sci la domenica e in ogni attività che lo tenesse occupato finché mamma era a lavoro o fuori col fidanzato di turno, mentre suo padre si rifaceva una nuova vita, con la giovane segretaria del suo lavoro perfetto a 64 km da Mattia.
Finite le medie, tra sospensioni, espulsioni, sigarette, birre e
ancora cambi di scuola, un giorno di fine dell’estate si ritrovò obbligato
dalla madre ad andare di nuovo in classe: “Istituto alberghiero, inizi domani”.
Non fare felice la madre era qualcosa che gli causava emozioni sgradevoli e così
docile iniziò anche questa scuola. Sorprendentemente in poche settimane Mattia diventò
il più bravo di tutti. Era come essere di nuovo al suo asilo fra i monti, ma
soprattutto, sua madre in quel periodo era tremendamente felice di lui; e poi, quando
a Mattia fu chiesto di scegliere che indirizzo prendere per gli ultimi anni di
studi, lui fece la sua personale scelta facile e sbagliata, decise di diventare
barman, ovvero quella persona sempre in mezzo ad alcol, fumo e persone in cerca
di questo.
I racconti di Mattia, da quella scelta di vita in poi, erano sempre i
più confusi. Come dei flash ogni tanto raccontava episodi strani e sconnessi: una
missione come cecchino in una terra lontana martoriata dalla guerra, una amata compagna morta travolta da una
macchina mentre in grembo portava suo figlio, e poi atti di violenza, l’obbligo
di firma in procura, pistole puntate, bottiglie rotte in testa, risse, ospedali
e un cane pericoloso vissuto con lui parecchi anni. Tutto lungo gli anni
passati come gestore di un bar da
lui definito uno dei migliori della sua città, quella stessa città dove andò a
vivere molti anni prima con la mamma e il fratello. Quando l’avventura con il
bar finì, per motivi che non mi sono mai stati chiari, Mattia comprò una casa
per sé e per sua madre (forse) e cominciò a lavorare sottopadrone, nella
piccolissima azienda a conduzione famigliare dove ancora lavoro io. Diceva che
preferiva così rispetto al bar milionario, perché non aveva responsabilità aggiuntive dopo aver fatto le
sue ore.
Arrivò in ufficio la prima volta un giorno di fine inverno, con la
felpa abbondante e i pantaloni della tuta, timido come un ragazzino delle
medie, ma con vividi occhi verdi
e non potei fare a meno di notarlo. Ci incontravamo ogni giorno alla pausa
caffè e chiacchieravamo. Io avevo una situazione difficile in famiglia e
vedermi con lui era rilassante. A volte, arrivava tardi a lavoro, diceva che
doveva occuparsi della madre malata, ma non voleva domandare le ore di 104 e io
non capivo perché preferisse usare scuse accampate e ferie. Ho cercato di
chiederglielo, ma lui glissava e io capii in fretta cosa potevo o non potevo
chiedergli.
Il nostro rapporto intanto si fortificava. Ci scrivevamo a qualsiasi
ora del giorno e della notte, e un giorno, dal nulla, lui mi scrisse una cosa a
cui, lì per lì, non avevo dato la dovuta importanza. Mi scrisse “Io bevo”, e
io, senza pensarci troppo risposi “non fa niente”, perché pensavo che una
persona come lui non potesse avere problemi troppo insormontabili, Mattia è
meraviglioso e sicuramente non esagera mai. Ci mettemmo insieme, lui era
perfetto, anche se ogni tanto scompariva per giorni, ma io pensavo che vista la
situazione difficile che avevo io in famiglia, fosse capibile sparire ogni
tanto, che insomma fosse colpa mia.
Col passare dei mesi io ero sempre più innamorata di lui, ma lui
sempre più distante. Ogni tanto la sera veniva a letto e sapeva di alcol, ma a
me ricordava quando ero giovane, i primi baci ai festini dove tutti avevamo
bevuto un po' di più e non ci facevo caso. Tanti gli indizi che ho voluto
trascurare. Se ci ripenso, durante la mia frequentazione con lui in casa mia finiva
sempre il cartone di vino per cucinare e i super alcolici, che solitamente invecchiano
nelle vetrinette, erano sempre mezzi vuoti. A casa sua la pattumiera del vetro
era sempre stracolma e sulle mensole, al posto di souvenir e foto ricordo,
c’erano centinaia di lattine di birra.
Un giorno mi dissero che al lavoro le cose stavano andando male
per Mattia e che forse l’avrebbero licenziato. La sera provai a parlargliene,
ma lui non sembrava preoccupato. Nei giorni successivi, però, tornava sempre
più tardi e un giorno, mentre pranzavo al bar dove di solito si fermava Mattia prima
di venire a casa, il barista mi prese in disparte e mi disse “Stai attenta,
Mattia sta esagerando”.
A cena provai a chiedergli spiegazioni, ma lui cominciò ad urlare incessantemente.
Niente lo fermava, nessun segno di pietà, urlava e basta, mi minacciava di dire
a tutti le cose più intime di cui avevamo parlato, rompeva le cose a cui tenevo
di più e i suoi bellissimi occhi verdi erano penetranti e cattivi. Mi spaventai
e per farlo smettere ad un certo punto urlai più di lui, parlandogli a un
centimetro dalla faccia. E lì Mattia scoppiò. Mi buttò contro il
frigorifero facendomi male e, tenendomi schiacciata per il collo, cominciando a
prendere a pugni il legno della cucina di fianco a me.
Si fece più male Mattia, ma io mi spaventai a morte.
Per fortuna lui scappò via, e io rimasi lì a piangere. Singhiozzi
pesanti e profondi, come se tutta la paura della sua vita fosse piombata su di
me in un secondo di esplosione.
I giorni seguenti iniziò a scrivermi messaggi folli, e io, ancora più
atterrita, chiesi aiuto a mio padre, che decise di incontrare Mattia,
sistemando, non so come, ogni cosa. Da quel giorno non lo vidi mai più. Mi
scrisse qualche messaggio nei mesi successivi a cui rispondevo solo “No, perché
mi fai paura”. E da lì non mi scrisse mai più.
A volte penso che il vero
Mattia forse io non l’ho mai conosciuto. Se non bevesse, sarebbe la
stessa persona che ho vissuto io o sarebbe una persona completamente diversa?
Chi ho conosciuto veramente?
Un giorno mi raccontò che, quando era piccolo sua madre per poter
uscire con un uomo, lo portò al cinema assieme al fratello. Quel giorno davano
il film “Lo Squalo” e lui, decisamente troppo piccolo per quel genere di film,
ebbe così tanta paura che uscendo si accorse di aver distrutto a morsi il suo
cappellino.
La paura che io ho provato con lui è stata annientante, e a volte, penso che se il panico che ho provato contro il frigorifero è solo un decimo di
quello che ha vissuto lui in tutta la sua vita, non c’è nulla di umano che si possa
fare per aiutarlo, serve direttamente Dio, se esiste, perché il nostro stupido
piccolo amore, da solo, non ce l’ha fatta.
A Mattia, ovunque tu sia ora.
IL RACCONTO E' STATO PUBBLICATO SULLA ANTOLOGIA "NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE" VOL 2 - di HISTORICA Ed.
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