Sotto l’albero, ovunque esso sia

Sotto l’amico albero nel giardino della casa dove è nato, Leo si sta rollando una sigaretta. Accarezza con cura la cartina stando attento a non fare cadere il tabacco, come in un gioco di abilità con sé stesso. Oggi si sente forte, forse perché è primavera, le gemme fanno capolino timidamente e la brezza non pizzica più la faccia. O forse solo perché è casa.

“Questa stagione rende romantici” pensò, ma dalle labbra non uscì nulla.

Sotto l’albero di casa, tra ombre e rumori fuori dal tempo, in bilico tra presente e passato Leo accende la sua piccola torcia di tabacco. La luce fioca della sera scende dietro le foglie amiche e per oggi la sua vita è tutta lì. Si appoggia alla corteccia, ma fatica a trovare il cuccio perfetto della testa, quello che lo sosteneva da piccolo quando il mondo diventava troppo per lui. Leo pensò che probabilmente, ora, l’amata cavità della corteccia fosse all’altezza della schiena. È cresciuto molto. Troppo. È diventato adulto, chissà se l’albero lo sa.

D’improvviso Leo scorge una figura in lontananza camminare verso di lui. Sgrana un po’ gli occhi per assicurarsi che sia reale e non sia un prodotto della sua testa matta.

E poi ancora quella voce.

 “Lo sai che dicono che il primo respiro di un bambino sia quello che fa più male?”.

“Un male che assomiglia alla morte”, risponde piano Leo.

“O a una vergine presa di sorpresa”.

Leo si girò sperando di vedere veramente suo padre e che non abbia avuto l’ennesimo monologo con sé stesso.

“Papà? Sei tu?”,

 “Non mi offri un tiro della tua?”, ammicco il padre con gli occhi taglienti.

“Come no, siediti, c’è posto da vendere sotto questo albero”.

È un albero molto vecchio, un albero imbevuto di sguardi pensierosi e di discorsi buttati al vento. Un’atmosfera carica di magia, foriera di incontri particolari.

Come nella volontà di non uscire da un bel sogno notturno, Leo prende un tiro della sua sigaretta e la passa all’uomo ora seduto di fianco a sé, senza alzare lo sguardo.

“Che ore sono?”, disse la figura accanto a lui.

“Cosa? Ah, sì sono le nove e mezza”.

Leo rispose distrattamente spostando la mano da un trifoglio che aveva involontariamente schiacciato.

“Papà, come pensi che sia l’ultimo respiro di un uomo?”,

“Leo, non devi vivere pensando all’ultimo respiro, devi vivere respirando ogni giorno l’aria che hai intorno e niente più”.

“Papà, quando mi sono seduto sotto questo albero, come ormai non facevo da più di trent’anni, mi sono sentito forte e nulla mi sembrava insormontabile. Quel bambino gracile, che dorme beato nella stanza dove sono cresciuto, stasera mi sembra null’altro che un bambino e non mi fa più paura”.

Un tiro di sigaretta per prendere fiato e poi aggiunse.

“Oggi mi ha sorriso quando gli ho dato il ciuccio, sembrava volesse ringraziarmi. Mi ha cercato con lo sguardo, sembrava volesse dire «papà prendimelo per favore». Aveva uno sguardo intelligente e non mi sembrava più vero quello che mi hanno detto in ospedale i medici. Gracile, solo un po’ gracile. Ma non malato”.

Il padre prese fiato per parlare, ma Leo lo fermò.

“Però papà, da quando ti sei seduto tu, mi sento un perfetto incapace e la strada mi sembra buia e troppo lunga”.

“E come ti senti ora che me l’hai detto? Ora che mi hai confessato le tue paure?”.

Un soffio di vento improvviso dissolse le parole del padre di Leo.

“Un po’ meglio”, rispose Leo sorridendo.

Si guardarono negli occhi come abbracciandosi con lo sguardo.

“Rientro in casa ora papà vado a vedere se al mio bambino manca qualcosa”.

E poi continuando nei suoi pensieri Leo disse a sé stesso: “Scusa papà se non ti vengo mai a trovare, il posto dove vivi è bellissimo, lo so, sotto un grande cipresso sulla punta della collina, tra capitelli di marmo bianco. Non ti ho mai detto quanto ti amo, papà, ma non importa, io so che tu lo sapevi, che ti ho voluto tanto bene”.

E intanto Leo guardava la cenere volare verso la collina sospinta dal vento.

“Leo”, disse una voce calda e forte, come uscendo direttamente da uno stomaco, “stai ancora parlando con tuo padre?”.

Leo si sentì strano e indagò nei suoi pensieri, riappoggiandosi all’amato albero.

“E dai che non importa. Lo vuoi un bicchiere di vino? L’ho avuto da Piero, oggi fa gli anni”.

A Leo vennero le lacrime agli occhi, ma con Betty poteva piangere e non se ne curò. Al primo sorso gli si riaprì il respiro, il vino rosso e fruttato, senza note pesanti e senza frizzare, scendeva deciso dentro di lui, un liquido color sangue che nel bicchiere trasparente non impediva alla fioca luce serale di attraversalo. Leo non si era nemmeno accorto della venuta della sua piccola Sara, aveva corso coi suoi piedini leggeri sull’erba senza nemmeno toccarla.

“Papà, papà, mi tagli gli angoli del foglio? Devo ritagliare le stelline per la maestra, ma ci sono gli angoli che si fermano dentro la forbicina”.

La piccola volava sull’erba come un folletto. Gettò il bicchiere contro le radici e si alzo battendosi le mani in testa. Sentì la mano di sua sorella sulla schiena come quando erano piccoli, calda e delicata e si risedette.

“Leo, pensi che qualcuno possa aiutarci?”.

Leo risiedendosi spense piano la sua sigaretta tra i sassi e sospirò, che il cielo potesse essere veramente in grado di aiutare qualcuno come loro, era un dilemma troppo grande per la sua testa, e poi voleva solo godersi i suoi fantasmi, il vino, la serata limpida e la sua bimba ancora viva.

“Betty, a che ora dobbiamo rientrare in manicomio?”,

“Dai non chiamarlo così che mi spaventi, e comunque spengono le luci alle dieci, ma ormai dopo tutto questo tempo qui dentro, noi possiamo fare quello che vogliamo”.

“È vero”.

“Sei a casa anche qui Leo, lo sai?”.

“Non lo so, no”.

Si strinsero la mano e continuarono a stare seduti li ancora un po'. Leo sapeva che non era veramente il suo albero del cuore, ma in un certo senso lo era comunque. E alla fine trovò una pace con sé stesso, ogni posto va bene per vivere quello che hai dentro, ma con la Betty accanto tutto risalutava un pochino più bello. E a Leo, per quella sera, bastava così.

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