Genitori Alieni
Figli diversi, diventati diversi, nati diversi, esploratori di mondi diversi in viaggio sulle strade di questo mondo. Individui montati al contrario, diversi da tutti e per prima cosa da… te. È questo che fa di te un genitore alieno, atterrato per sbaglio, da un pianeta lontanissimo, tra i genitori perfetti della terra.
Ora vi spiego il motivo per cui i genitori alieni tendono a starsene chiusi in casa e a farsi vedere in giro il meno possibile. Così, se per sbaglio, vi è capitato di volere bene a qualcuno di loro, ma a ogni proposta per vedervi vi sentite dire continuamente “no… non posso”, “oggi mio figlio è stanco, è malato, è sabato, è chiaro, è scuro e proprio no”, anche all’ultimo momento, anche mentre siete li ad aspettarli, ne capirete il perché. E, forse, continuerete a volergli bene.
E ve lo spiego parlandovi di me. Si, perché anche io sono un genitore alieno.
Il parco giochi, così come ogni festa di paese, spiaggia, gonfiabile o spettacolo di maghi per strada, non è un luogo pubblico. No, tutti questi posti sono in realtà una proprietà privata ed esclusiva delle famiglie neurotipiche, ovvero, le famiglie non aliene. Sono loro che come gendarmi divini controllano i confini del divertimento infantile, cacciando dal cerchio ogni essere divergente, ogni persona che non riesca a stare seduta, che non scambi le figurine dei Pokemon, che non usi lo scivolo dalla parte giusta, che preferisca parlare da solo, che guardi altrove mentre gli porgi la merenda, o non ami l’anguria l’estate, e, soprattutto, che non si accorga dell’esistenza di una qualsiasi fila di attesa, perché questo è il vero male da estirpare nei parco giochi neurotipici: le file.
E se sei un genitore alieno, tu sai che gli altri genitori lo hanno visto prima di te. Solitamente in modo inversamente proporzionale all’età di tuo figlio, perché si sa, più si è piccoli e più stranezze sono concesse; ma se ad una certa età di tuo figlio (decisa arbitrariamente dai non alieni) le stranezze non sono finite e tu arrivi a meritarti l'etichetta di “alieno”, la punizione del branco sarà implacabile.
In un secondo ti ritrovi scomunicato dalle feste di compleanno, dai caffè al bar la mattina dopo aver accompagnato i figli a scuola, dai pigiama party e dalle feste in piscina, anche se a tuo figlio la piscina piace talmente tanto che avrebbe fatto persino la fila. La scomunica sociale è la dimostrazione che non tutti i bambini rientrano nel democratico “sono bambini”. Alcuni devono solo stare a casa loro, genitori compresi. Perché i genitori dei parchi giochi sono immensamente più portati a giudicare che ad aiutare.
Eppure, a volte, i genitori alieni disobbediscono. A volte loro escono. Provano ad andare in spiaggia, al parco giochi e alle feste. Lo sanno che non è loro concesso, ma ci vanno lo stesso.
Nell’Ottobre del 2017 successe anche a me. Andai alla festa di Halloween nel quartiere. Tommaso adora Halloween, e, di conseguenza, anche suo fratello Davide. Del resto, lui adora tutta la cultura americana. La mattina mi chiede uova e succo di frutta, pan cakes e a novembre il tacchino fritto, non conosce carnevale e gli unici gesti sociali che usa sono i tipici saluti con le mani dei soldati americani. Avrei così tanti esempi da portarvi che alla fine credereste anche voi nella reincarnazione. Per cui, si, è fatta. Si va in una occasione sociale. Nulla dovrebbe andare storto. Infilo un urlo tra gli intrecci rumorosi di casa mia: “Bambini! Andiamo alla festa di Halloween?” e attendo fiduciosa la risposta. Qualcuno stavolta sarebbe stato felice di dirmi sì. E infatti…
“Oh… la festa di Halloween. Perché no? Forza Davide vestiti che andiamo. Mamma posso mettermi la mia felpa con lo scheletro?”
“Ovvio che si Tommy”.
Bene, le premesse sembrano delle migliori. Mi azzardo a rispondere su WhatsApp un “ok ci vediamo li” all’unica amica dei tempi dell’asilo che ancora mi invita a qualche evento mondano (persino insistendo se dico di no) e mi equipaggio di una buona dose di fiducia nel mondo.
La vestizione procede velocemente, non posso crederci, stavolta ci si dovrebbe divertire veramente. Tommy accetta anche di mettere il maglione di lana sotto la felpa scheletro, senza supervisionare che tutte le etichette siano state tolte, e Davide si veste con una vecchia giacca da sci la cui fantasia ricorda, vagamente, una tartaruga Ninja… e che dire? Tutto perfetto!
Guidando mi faccio parecchi film mentali, spero di riuscire a riallacciare qualche vecchia conoscenza dell’asilo, così da non essere proprio fantasmi dimenticati da Dio quando l’anno prossimo saremo in prima elementare. Avere figli che non interagiscono con gli altri bambini ti obbliga ad essere te il jolly della situazione, o si finisce isolati dalla società e io che diamine, sono neurotipica, un qualche rapporto umano mi ci vuole!
Arriviamo alla festa, in lontananza scorgo il casino di bambini saltanti e urlanti, che mi si avvicina, passo dopo passo, e comincia a mancarmi il respiro. Mi guardo attorno per essere sicura di avere sottocchio entrambi i miei figli e cammino verso la gente, verso i bambini senza bisogni speciali. Appaiono e poi scompaiono facce conosciute, trucca bimbi a cui, già lo so, noi non ci fermeremo, baby dance a cui, già lo so, noi staremo a grande distanza, e tante piccole streghe carine con cui noi non giocheremo. E niente, speriamo non succeda nulla.
Siamo io e i miei due amorevoli piccoli mostri, uno scheletro e una tartaruga ninja, tra centinaia di persone che sanno stare in fila. Eppure, anche in questo caos io mi sento sola. Mi giro, mi rigiro, mi fermo. Accidenti, si sono sola. Nessuna mamma che mi viene incontro per salutarmi, solo veloci sorrisi in lontananza, a cui rispondo speranzosa. I miei bambini che provano ad avvicinarsi a qualche stand, che dribblano altri bambini goffamente, colpendone ogni tanto qualcuno.
E io? Io pervasa dall’ansia, mentre cerco di non perderli, controllo che la mamma dell’ennesimo bambino colpito dai movimenti sfarfallanti di mio figlio, non abbia visto perché, se avesse visto, le basterebbe un attimo per tirare su un caso da bomba atomica. Si sarebbe ricordata di me all’infinito e in un attimo si sarebbe volatilizzato un gruppo giochi al parco, quello dove le mamme portano un numero contatissimo di merendine solo per pochi bambini eletti, di cui noi non facciamo mai parte.
Solo perché i miei figli durante una litigata non li sentirai mai dire “non è vero” o “non ho fatto apposta”, sono sfortunatamente convinti di dover per forza urlare “si ti ho colpito! E lo rifarei ancora perché è colpa tua!”, “ti chiedo scusa ma non mi pento”. E mentre il bimbetto dall’altra parte, dopo averli presi in giro o spinti, spergiura in un linguaggio neurotipico di non aver fatto nulla (e sicuramente sarà creduto), qualcuno sta trascinando via di peso i miei figli che ancora urlano “siii, certo che sono stato io!!”... e una merendina, un invito a bere il caffè o una festa di compleanno scompare inesorabilmente.
Uno sguardo alla mia prole, a quello che parla da solo e a quello che non sa dove inizia la maledetta fila, per ora tutto nella norma, la mia norma.
Finché all’orizzonte compare lui, un bimbetto vestito da cowboy fantasma, fermo a fissare nella direzione verso cui mio figlio parla da solo, con quella faccia sbiadita da neurotipico che non capisce come mai non ci sia un bambino vero ad ascoltare le farneticazioni di mio figlio.
Sconsolata cerco di dare una mano alla sorte e dico: “Bambini andiamo più in là” … a parlare da soli. Magari mi salvo la possibilità di fare una chiacchierata con qualcuno fuori da scuola, se evitiamo di metterci nei guai, ma, a quanto pare, il destino aveva piani diversi per me quel maledetto pomeriggio.
“Signora lui è speciale?”.
Ecco, non avevo dubbi.
Un universo di parole possibili mi attraversa la testa, ho l’attenzione di un giovane essere umano, posso finalmente provare a spiegare le cose a un cucciolo d’uomo.
“Si certo, bambino, è speciale, così come sicuramente lo sei anche tu”.
E mentre nella mia testa scorrono mille altri discorsi possibili sulla neurodiversità, l’accettazione, l’empatia e i sentimenti, il bambino decide di parlare, nuovamente.
“No, io intendevo pazzo”.
Sarà che uno dei miei figli proprio in quel momento ha iniziato a toccarmi compulsivamente il braccio mettendomi ansia… ma non nego che avrei voluto prenderlo per il collo quel bambino impertinente, che si arrogava il diritto di fare notare a una madre di avere un figlio pazzo.
Avrei voluto dirgli: grazie bambino, se non me lo dicevi tu vivevo nell’ignoranza! Anzi sai che c’è? Potrei portarlo dal neuropsichiatra? Eh? Che ne pensi tu luminare della psichiatria vestito da cowboy?
E invece gli rispondo: “E che ne sai tu dei pazzi?”.
“Ce n’è uno anche a scuola mia”, mi disse tranquillo.
“Ah beh allora sì, che sai tutto!”.
Improvvisamente nella mia testa si accende un maxischermo cinematografico durante la proiezione di un film western, in quel momento di caldo afoso e silenzio prima di un duello.
“Bambino. Guardami negli occhi”, almeno tu che in teoria sai farlo, “la parola pazzo non esiste più. Ora c’è una parola per ogni neurodiversità. Bambino. E sono certa che pure tu…”
“Ah, hanno cambiato parola?”, rispose come se stesse parlando di figurine.
“Si, bambino, annota…”.
“Mamma, Mamma!”, incalza Tommaso.
“Un attimo amore, finisco un discorso e arrivo”.
“Mamma!! Andiamo via!”
“Un attimo, Tommy ti ho detto che…”
“Ma non ci sono le zucche giganti e nemmeno i dolcetti a fantasmino, ma che diavolo di festa di Halloween è mai questa? Portami via mamma, ti prego”.
Il retro del cavallo ondeggia camminando verso il tramonto, la pistola fumante del cowboy tenuta in alto in segno di vittoria, e io, riposta la mia nella fondina, decido di lasciare il campo di battaglia al bambino impertinente.
“Hai ragione”, dico a mio figlio senza puntualizzare sul fatto che, dopotutto, il trucca bimbi, la baby dance, le bancarelle di dolci e lo spettacolo del mago c’erano.
Colpito da quanto in fretta gli avevo dato ragione, Tommaso incalza per non perdere il vantaggio: “Andiamo a casa adesso”.
Scusa Billy the Kid riprenderemo il discorso più avanti. All’università magari.
Stremata, stavolta anche io penso che sia meglio andarsene senza sfidare ulteriormente la fortuna, non vedo volti amici, ma solo segnali di pericolo che si illuminano ovunque. Billy the Kid era già ripartito per nuove avventure e io risvegliandomi dai pensieri, guardo in giù verso il mio piccolo scheletro in attesa di risposta e dico “Si, andiamo, chiama Davide”.
“Scusi”, una voce adulta, femminile che mi chiama.
Sempre speranzosa negli esseri umani e cercando un appiglio emotivo spero in una amica, mi giro e rispondo: “Si, dimmi”.
“Sono la sua mamma di quel bambino”, indicando Billy the Kid. Non si prospettava nulla di buono per me dallo sguardo che aveva, e infatti mi disse “posso sapere cosa voleva da mio figlio?”.
Cosa volevo io? Tuo figlio si è preso la briga di venirmi ad informare che ho figlio un pazzo. E invece prendendo l’ultimo spunto di energia le rispondo: “Lasci stare signora. Ci siamo già sistemati suo figlio ed io”.
“Siete a posto quindi?”.
“A posto”.
Mi giro e me ne vado. D'altronde cosa può mai uscire di interessante da quell’essere umano?
E nemmeno mezzora dopo essere arrivata alla festa, sono di muovo in macchina verso casa, probabilmente con un nuovo mandato di cattura internazionale in quel luogo, ma felice di non avere perso nessuno dei miei due figli. Perché non è nemmeno questa una cosa tanto inusuale.
Ecco. Se vi chiedete cosa significa essere genitori alieni, significa questo, niente di più niente di meno. Non fraintendetemi, siamo comunque genitori di esseri umani, ognuno col suo carattere, ma sono esseri umani nati diversi dalla maggioranza, individui uguali a troppe poche altre persone nel mondo per essere presi in seria considerazione, bambini in un mondo non costruito per loro, rumoroso, affollato, incomprensibile, irraggiungibile e a tratti sfuocato.
Piccoli punti di colori in sequenze contrarie, che cercano il loro posto nel dipinto dell’esistenza. Apparendo e sparendo fra le case, le strade, le persone disegnate perfette. I loro disegni non sono paesaggi lineari, case quadrate con i tetti rossi e il fumo che esce dal comignolo; sono buchi neri e alberi verdi sotto e marroni sopra, sono sinfonie che danzano snodandosi tra scale di note che appaiono e scompaiono per non lasciarsi imprimere sullo spartito.
Figli tuoi, cresciuti dentro la tua pancia, usciti da te, non caduti dal cielo, niente affatto portati dalla cicogna o lasciati sotto il cavolo. Li hai visti nelle ecografie muoversi in modo talmente perfetto, contando le loro piccole dita mille volte, per assicurarci fossero sempre dieci. La bocca perfetta sembrava parlarmi dall’utero, nati come tutti gli altri, nutriti come gli altri al mio seno rigonfio, mentre li guardavo negli occhi solo io, ma che importa.
No, tu non sei diverso figlio mio, io lo so, ti ho visto neonato, ti ho sentito nella mia pancia. La mia pancia umana.
Tu sei umano, sei solo nato in un mondo colonizzato da codardi.
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